Periferie italiane

Esce ora su “Critica liberale” – all’interno di un Dossier curato da Giovanni Vetritto – una breve nota sulle “periferie” italiane che avevo scritto come traccia per una lezione del mio corso “La città contemporanea: economia e società”. Il termine “periferia (urbana)” è tornato recentemente all’attenzione in Italia, ma in modo improprio, poiché si porta dietro dal passato – dagli anni Sessanta – un significato che non ha più.

Ogni parte di città ha una dimensione formale, la qualità delle architetture e della trama insediativa; ha una dimensione territoriale, la distanza dai punti focali che costruiscono l’urbanità; ha una dimensione economica, il reddito (e la stabilità del reddito) di chi la abita; ha anche una dimensione culturale, le pratiche pubbliche dei residenti, i modi nei quali si esprime nello spazio la loro socialità. Sono le specifiche manifestazioni di queste dimensioni che conducono a classificare una parte di una città come “periferia”. Ma la parte presuppone un tutto (la città), ed è il tutto che devi innanzitutto identificare.

La rivoluzione territoriale che ha caratterizzato l’Italia negli ultimi decenni ha ridisegnato i confini dei territori nei quali si esprime l’urbanità, territori che da molto tempo sono sistemi intercomunali. La consapevolezza che lo sviluppo territoriale ha ridisegnato gli spazi dell’urbanità – estendendo tali spazi oltre i confini delle singole città – è diffusa e consolidata. In Italia (e in Europa), la categoria di “area urbana funzionale” (così come quella, più precisa, di “città di fatto”) è diventata una chiave di lettura del territorio imprescindibile.

Le parti di città che presentano il carattere di periferia non si devono più cercare – a Milano come a Bergamo, a Torino come a Padova e così via – all’interno dei confini dei singoli comuni. Si devono cercare all’interno dei confini dei sistemi intercomunali che oggi sono le “nuove città”.

Negli ultimi anni l’enfasi sulla qualità urbana del “centro” ha distorto il nostro sguardo sulla città. Un quartiere come il Giambellino (Milano) diventa “periferia di Milano”, e nelle nuove narrazioni urbane l’hinterland perde il carattere di parte della “Grande Milano”. La stessa riscoperta del “margine” (“fringe”) dei centri urbani – e i progetti di riqualificazione proposti per questi spazi – sta nascondendo allo sguardo, all’analisi e alle politiche gran parte della città: quei sistemi insediativi che nella morfologia della “città orizzontale” si trovano, appunto, oltre il “margine” che si ripropone come cesura tra “dentro” e “fuori”.

In questa parte di città che stiamo perdendo di vista – rimanendo legati ai ai confini comunali come unità di riferimento per narrazioni e politiche – si stanno manifestando disequilibri profondi. La transizione verso il terziario è iniziata molto prima nei comuni centroidi (Milano, Torino, Napoli, Bergamo, Padova…), mentre la manifattura continuava a crescere nei territori dei comuni a essi contigui. Ma ora che la de-industrializzazione coinvolge l’intero sistema urbano non è affatto semplice costruire una base economica per questi territori al di fuori di un progetto di cooperazione tra il “centro” e il resto della città di fatto – al di fuori di un obiettivo di giustizia spaziale declinato sui territori (intercomunali) nel nei quali si esprime oggi l’urbanità in Italia.

I disequilibri spaziali e sociali che incontri al Giambellino sono poca cosa se comparati a quelli che si stanno consolidando nell’hinterland di Milano. E questo vale per gran parte delle “città di fatto” che caratterizzano oggi il sistema urbano italiano.

Che si dovesse riconoscere sul piano istituzionale la manifestazione spaziale dell’urbanità alla scala intercomunale era all’origine della legge n. 142/1990. Un obiettivo riproposto con enfasi con la recente legge n. 56/2014. Un obiettivo che è rimasto costantemente nell’agenda politica negli ultimi tre decenni senza mai essere concretamente declinato. E che sta di nuovo passando in secondo piano nel dibattito pubblico e nelle politiche. L’errata interpretazione della categoria di “periferia (urbana)” che ritorna a segnare la discussione è un effetto e una causa di questo passo indietro.

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