Per un “Nuovo Modello Marche”

Industrializzazione senza fratture, curato da Giorgio Fuà e Zacchia uscì nel 1983 [1]. Portò il ‘caso Marche’ all’attenzione del dibattito nazionale sullo sviluppo locale e regionale – che in quegli anni si stava liberando, dopo il pioneristico contributo di Arnaldo Bagnasco del 1977 [2], dalla dicotomia Nord versus Sud. L’espressione ‘Modello Marche’ entrò nel discorso scientifico; ed anche, con molta approssimazione, nel lessico politico locale – dove ogni tanto affiora.

La linea di ricerca che Giorgio Fuà articolava nel capitolo iniziale del libro [3] aveva molti motivi di interesse. Sul piano analitico, la prospettiva transdisciplinare che proponeva per interpretare lo sviluppo economico regionale era una importante innovazione metodologica, necessaria per leggere i cambiamenti sociali. Evidenti le relazioni con l’umanesimo industriale di Adriano Olivetti, ma anche con la prospettiva metodologica di Gunnar Myrdal, con il quale Giorgio Fuà aveva collaborato negli anni precedenti.

Alla fine degli anni Settanta, quando fu condotta la ricerca che confluì in Industrializzazione senza fratture, la traiettoria di industrializzazione delle Marche che si era già manifestata con forza sembrava avere tre caratteristiche di particolare valore nella prospettiva dell’umanesimo industriale. In primo luogo, l’industrializzazione che si era sviluppata in molte zone, anche in piccoli comuni, non metteva radicalmente in discussione il policentrismo della regione. Si era naturalmente manifestata una polarizzazione territoriale, ma niente affatto profonda (e drammatica) come quella che aveva caratterizzato altre regioni italiane. In secondo luogo, la rapida transizione dall’agricoltura all’industria era avvenuta integrando queste due attività a diversi livelli, con spostamenti di residenza intra-comunali o intra-provinciali soprattutto, che non recidevano il capitale relazionale degli individui. In terzo luogo, la traiettoria di industrializzazione sembrava mantenere una relazione virtuosa tra città e campagna, valorizzando il paesaggio come ‘dispositivo ecosistemico’ e non solo come ‘scenario’.

La lettura di Giorgio Fuà era certamente parziale sul piano empirico, per quanto di grande interesse sul piano normativo (e politico). Che negli anni Settanta si stessero già creando profonde fratture avrebbe dovuto essere evidenziato. L’impatto ambientale negativo dell’industrializzazione si stava già manifestando, lo sviluppo spaziale si realizzava in forme incongrue, generando morfologie spaziali approssimative alle quali si associavano costi sociali considerevoli. L’agricoltura si stava trasformando in un settore con costi ambientali altissimi. Alla fine degli anni Settanta, durante il processo di consolidamento delle Regioni come attori politici, era ancora possibile immaginare per le Marche una traiettoria di sviluppo che incorporasse i caratteri del “Modello Marche”. Era ancora possibile l’emergere di un ‘modello di regolazione dello sviluppo economico regionale’ capace di consolidare il “Modello Marche”.

Da questa prospettiva Industrializzazione senza fratture era un ‘manifesto’ – e di straordinaria importanza. Definiva una strategia in un momento nel quale c’erano le condizioni per trasformarla in politiche e azioni. Il manifesto non fu però compreso e adottato dalle culture politiche che hanno governato le Marche nei decenni successivi (solo retorici sono stati i riferimenti che ad esso si sono continuati a fare).

Riprendere il discorso sul “Modello Marche” è necessario sullo sfondo della transizione tecnologica, della transizione ecologica e della transizione economica nella quale l’Europa e l’Italia si trovano e che è destinata a cambiare radicalmente la società europea ed italiana nei prossimi due decenni. Le epocali trasformazioni in corso richiedono di essere declinate a livello locale, perché il locale esiste – i luoghi hanno dei caratteri fisici e sociali specifici che interagiscono con le dinamiche globali.

Per evitare che le Marche entrino in una traiettoria di declino e di marginalizzazione è necessario tornare ad elaborare un “Nuovo Modello Marche”.

[1] Giorgio Fuà and Carlo Zacchia, eds., Industrializzazione senza fratture (Bologna: il Mulino, 1983).

[2] Arnoldo Bagnasco, Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo italiano (Bologna: il Mulino, 1977).

[3] Giorgio Fuà, “L’industrializzazione nel Nord Est e nel Centro,” in Industrializzazione senza fratture, ed. G. Fuà and C. Zacchia (Bologna: il Mulino, 1983).